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Sismicità della zona di Pievepelago e la Faglia della Fola

Fig. 1 - distribuzione della sismicità nella zona di Pievepelago.
A margine il meccanismo focale distensivo dell'evento di M 3.6

In data 01 Luglio 2018 si verifica un terremoto di M 3.6 nella zona tra Pievepelago [1] e Sasso Tignoso sull’Appennino Tosco-Emiliano, in Provincia di Modena (fig. 1). Nei giorni successivi si sviluppano altri eventi sismici con una magnitudo inferiore a quello precedente (fig. 2). Il numero di eventi e la magnitudo diminuisce nel tempo.

Fig. 2 - distribuzione della sismicità nel tempo

Analizzando la distribuzione degli ipocentri (fig. 3) lungo la sezione A-A’, si nota come siano distribuiti lungo un piano inclinato verso SW. Tale piano rappresenta quello della faglia che ha generato la sismicità dell’area, mentre dal meccanismo focale dell’evento di M 3.6, si ricava una cinematica normale (fig. 1) della sorgente sismogenetica.

Fig. 3 - sezione A-A' della fig. 1. Distribuzione degli ipocentri.
Posizione della Faglia della Fola (Fola fault) in base alla cartografia geologica.

Fig. 4 - Stralcio dal F° 235 "Pievepelago" della Carta Geologica d'Italia.
La linea rosso marcata indica la Faglia della Fola.

Dal catalogo delle sorgenti sismogenetiche (DISS-INGV)[2] non si hanno dati sulla possibile faglia che ha generato la sismicità dell’area. Analizzando il F° 235 “Pievepelago” della Carta Geologica d’Italia (fig. 4)[3], si ricavano informazioni sulle strutture cartografate nell’area. In particolare è presente una faglia di importanza regionale che mette a contatto le unità Liguridi ribassate del blocco meridionale, alle unità Toscane sollevate del blocco settentrionale . 
Tale lineamento viene decritto in modo informale come “faglia della Fola”, prendendo il nome da un ponte storico che si trova sul Fiume Scoltenna, subito a valle di Pievepelago. Esso rappresenta una faglia regionale che ha giocato un ruolo importante nell’evoluzione della catena appenninica. Infatti durante la storia geologica della catena, le unità Toscane sono state sovrascorse dalle unità Liguridi durante la fase compressiva e di chiusura del mare Ligure-Piemontese, portandole ad occupare la posizione strutturalmente più profonda dell’Appennino. Successivamente le unità Toscane sono state “riesumate” durante la fase distensiva, con la formazione di faglie normali come quella della Fola.

Fig. 5 - Panoramica verso l'abitato di Piandellagotti, dove si evidenzia la faglia della Fola (in rosso) che mette a contatto le unità Liguridi ribassate e le Toscane "riesumate" (Foto: P. Balocchi).

Fig. 6 - stereogramma delle mesofaglie
la freccia indica il movimento del
blocco di tetto che scende
(mesofaglie normali).
Per potere verificare una relazione tra la sorgente sismogenetica individuata dalla distribuzione dei terremoti e le informazioni ricavate dalla geologia regionale descritte in cartografia, è stato necessario un rilevamento geologico-strutturale. Con tale studio in campagna, è stato possibile misurare del piani di faglia alla scala dell'affioramento (mesofaglie) e definirne la cinematica, ossia il movimento relativo dei due blocchi. 
Lo studio ha evidenziato come la faglia della Fola è rappresentata da piani ad alto angolo (inclinazione di circa 60°) e con immersione verso SW (fig. 6). Tali piani rappresentano delle porzioni limitate dello specchio di faglia, che un tempo doveva essere più esteso e attualmente  non è più conservato nella sua interezza. Dall'analisi di tali superfici è possibile ricavare alcune informazioni come i chiari indizi di una cinematica da faglia normale, rappresentati dai gradini in calcite (fig. 7).

Dai dati sismologici e geologico-strutturali sopra esposti, è possibile verificare come le caratteristiche geometriche e cinematiche della faglia del Fola siano confrontabili con quelle del meccanismo focale del terremoto di M 3.6 e del piano ricavato dalla distribuzione degli ipocentri. Pertanto si ritiene che la sismicità della zona di Pievepelago sia dovuta alla riattivazione della faglia del Fola, che rappresenta un importante lineamento strutturale dell’area, legato all’evoluzione distensiva della catena appenninica a partire dal Messiniano fino al Quaternario [4] [5].

Fig. 7 - particolare delle mesofaglie misurate in affioramento, con gradini in calcite (Ca) ad indicare un movimento normale (Confronta con fig. 6).

Riferimenti bibliografici
[4] Bettelli et al., 2002 – Carta Geologico-Strutturale dell’Appennino Emiliano sudorientale.

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